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Questione di carattere.

Le parole sono — quasi sempre — un elemento fondamentale della comunicazione visiva, e i «glifi» (termine utilizzato dai grafici per indicare una lettera, un numero o, più in generale, un qualunque singolo segno impiegato in un testo) sono, a loro volta, un elemento fondamentale delle parole.
L’importanza di ciò che si scrive sta nel messaggio che si desidera comunicare, la cui comprensibilità-efficacia, però, può essere amplificata o attenuata a seconda del font utilizzato. Questo perché i moltissimi tipi disponibili presentano connotati di peso, leggibilità, stile e intenzione diversi, rivelandosi più o meno adatti a sposarsi con il contesto nel quale vengono inseriti e le finalità che vengono loro attribuite.
Alla luce di ciò, trovo più che mai azzeccata la locuzione italiana «carattere», coniata proprio per sottolineare le differenti personalità dei diversi tipi di font.

Non ci è dato conoscere, con ragionevole precisione, il loro numero, ma sappiamo con certezza che sono quantificabili in svariate decine di migliaia, a testimonianza di quanto, da lunghissimo tempo, le caratteristiche grafiche dei testi siano tenute in grande considerazione, pur con gradi di consapevolezza diversi, tanto dagli addetti ai lavori quanto dai fruitori della comunicazione.
Cotanta vastità di scelta è andata, nei decenni, suddividendosi in macrotipologie:
serif, il genere più tradizionale ed elegante, caratterizzato da glifi con le estremità ingentilite da «grazie», idonei a garantire alla lettura una scorrevolezza classica. Un esempio di questo tipo di font, noto ai più, è Times New Roman;
sans serif (sans, per gli amici), uno sterminato raggruppamento di font graficamente semplici e puliti in quanto privi delle suddette grazie. Altamente leggibili anch’essi, donano ai testi un look improntato a modernità e concretezza. Vedasi Arial;
display, cioè caratteri espressamente progettati per l’impiego in titoli, loghi e brevi espressioni dotate di elevato impatto grafico;
handwriting, ossia font ispirati alla scrittura manuale, perfetti per simulare firme o brevi manoscritti come, anche, per evocare artigianalità, antichità o umanità (in senso lato);
monospace, cioè caratteri a larghezza fissa, ispirati a quelli delle vecchie macchine da scrivere e dei primissimi testi informatici, pensati per conferire agli scritti una sobrietà vintage.

Ma, tecnicalità a parte, dei font è importante rilevare l’articolato e multiforme valore estetico e, quindi, comunicativo, un valore riconosciuto diffusamente fin dagli albori della civiltà. Non a caso il termine «calligrafia» deriva dal greco antico per indicare la «bella scrittura», così come non è casuale che, nel Medioevo, i monaci amanuensi si forgiassero nella difficile pratica dell’arte grafica della scrittura per avvalorare e nobilitare opere sacre e altri manoscritti.

Nulla di meno avvenne, nel XV secolo, con l’invenzione e la diffusione della stampa a caratteri mobili, dovute a Gutenberg come lo è l’origine stessa del termine inglese «font», a sua volta derivato dal francese «fonte» (cioè «fuso», con riferimento alla fusione del metallo necessaria alla produzione dei caratteri mobili).

Approssimandoci, poi, ai giorni nostri, dobbiamo ricordare che anche l’informatica per tutti e la digitalizzazione si sono, molto presto, dovute adeguare a questa tradizione, adeguamento che ha dato inizio a un massiccio e mai interrotto processo di progettazione di caratteri sempre nuovi, destinati alle più svariate destinazioni d’uso. In questo ambito, un ruolo di spicco va riconosciuto ad Apple (il cui fondatore, Steve Jobs, si è sempre dichiarato “ossessionato” dalla bellezza in generale e dall’arte calligrafica in particolare), la quale, già nel 1984, con il lancio del Macintosh, diede inizio all’era della “calligrafia digitale”, traducibile in font che non era stato possibile ammirare su un monitor prima di allora e divenendo, in men che non si dica, l’indiscusso punto di riferimento informatico di grafici, web designer e artisti digitali in genere.

A definitiva conferma dell’importanza di questo tema, si può anche evidenziare che le realtà affermate e i marchi famosi, per ovvie ragioni di riconoscibilità, tendono a far sviluppare font personalizzati, quando non proprietari a tutti gli effetti. Nella maggior parte dei casi si tratta di caratteri più o meno noti opportunamente modificati, ma non mancano, appunto, i casi di grandi aziende che hanno commissionato, per la loro comunicazione visiva, la creazione di «typeface» ad hoc e a uso esclusivo. Per non andare lontano nello spazio e nel tempo (Roma, 2017), si può citare il caso del quotidiano La Repubblica, che ha coniato un proprio font di tipo serif, denominato Eugenio (in onore del suo fondatore, Eugenio Scalfari), destinato ai titoli degli articoli.

L’odierno piacevole imbarazzo della scelta offre, dunque, la possibilità di selezionare uno o più font adatti a esprimere al meglio un particolare contenuto, messaggio, pensiero o mood, così da renderlo il più chiaro e memorabile possibile.
In presenza di un testo descrittivo o discorsivo più o meno corposo, come può esserlo, per esempio, questo post, è di fondamentale importanza privilegiare, innanzitutto, il valore della leggibilità. Questa si manifesta sotto due aspetti complementari, ma distinti, che gli anglofoni identificano con i termini (sinonimi solo in apparenza) «legibility» e «readability»: infatti, mentre il primo si riferisce alla chiarezza del singolo glifo, il secondo intende misurare lo spessore estetico del testo nel suo insieme, ossia quanto possa essere facile, piuttosto che stancante, giungere alla sua conclusione mantenendo la concentrazione sui contenuti. In questo caso, molti font sia serif che sans serif si prestano bene allo scopo, lasciando al grafico e/o al committente la scelta tra un’estetica più tradizionale ed elegante (serif) e una più moderna e minimalista (sans serif).

Tutt’altra questione è quella, invece, rappresentata da titoli, slogan, loghi, payoff e brevi o brevissimi testi in genere, enfatizzabili con font più o meno caratterizzanti e suggestivi capaci di supportare graficamente i messaggi intrinseci. La macrotipologia denominata display, come il nome stesso suggerisce, si è sviluppata proprio con questo intento e presenta una gamma di caratteri anch’essa molto ricca e più che mai variegata: basti consultare la libreria online di Google Fonts dedicata a questa famiglia, implementata negli anni con il principale scopo di arricchire i siti web, per farsi una parzialissima idea del numero di opzioni disponibili.

Un tema, quello dei font, tanto affascinante quanto smisurato e articolato, impossibile da trattare in maniera anche solo vagamente esaustiva in un post. Ma, fortunatamente, la mia semplice intenzione è quella di richiamare l’importanza storica e “strategica” di questa componente grafica che, come o più di altre, può realmente determinare grandi differenze di risultato tanto dal punto di vista meramente estetico quanto da quello dell’efficacia della comunicazione.

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