Inizio.

Fotostorie. Subway.

Pochi giorni fa questa foto ha compiuto tre anni. È una di quelle scattate nel mio viaggio di nozze negli Stati Uniti, quello che la mia memoria rivive più spesso e con maggior emozione nell’attesa di poterci tornare.
Non è, probabilmente, tra quelle di maggior impatto, ma mi piace la prospettiva che offre, non solo sotto il profilo ottico: nel tardo pomeriggio di quel dì di settembre, io e mia moglie stavamo strisciando verso il nostro hotel di Brooklyn, stremati dal tour de force sostenuto a Manhattan nel folle tentativo di visitare, in un paio di giorni, ciò che un newyorkese fatica a vedere in una vita intera. Avevo già riposto ordinatamente la mia attrezzatura nello zaino quando, sceso dal treno nella stazione della Trentaseiesima Strada, sono rimasto parecchio sorpreso nel trovarla praticamente deserta.
Le mie gambe bestemmiavano, la mia schiena emetteva inquietanti scricchiolii, mia moglie faceva il passo del leopardo mugugnando qualcosa sul divorzio, eppure… niente da fare, dovevo assolutamente fare un altro scatto, conscio del rischio che avrebbe potuto essere l’ultimo della mia esistenza.
Il treno successivo sarebbe passato di lì a pochi minuti di distanza. Sarebbe stato uno di quelli che tirano dritti a velocità sostenuta, perfetto per il tipo di foto che mi era già venuto in mente – non so come – perciò la preparazione dell’attrezzatura si rivelò più che mai difficoltosa: la scarsa lucidità mentale da cui ero stato sopraffatto già un paio d’ore prima e il pochissimo tempo a disposizione non promettevano certo l’immagine del secolo.
Piazzando il treppiede, disfacendo lo zaino e assemblando il necessario con le movenze di un tarantolato, mi chiedevo quale tempo di posa mi avrebbe dato l’effetto desiderato in combinazione con la presunta velocità del convoglio: a fantasia stimai, anche qui non so davvero come, che tre decimi di secondo sarebbero andati bene. Mentre finivo di impostare ISO, diaframma e compagnia bella, il tipico frastuono di ferraglia e annesso spostamento d’aria annunciavano l’entrata in stazione del treno. In apnea ho atteso che raggiungesse la posizione giusta e… clic!
Di questa foto mi piace, come già accennato, non solo la composizione prospettica con il centro di proiezione corrispondente con quello dell’inquadratura, ma anche la commistione di luci, ombre e mezzitoni e la combinazione di staticità dell’infrastruttura e dinamicità del treno. Inoltre, mi piace l’idea di aver potuto immortalare un frangente inconsueto, una stazione in piena New York vuota oltre qualunque prevedibilità.
Chi guarda una foto può apprezzare o meno ciò che vede, ma capita che chi l’ha fatta possa trovarci, anzi ritrovarci, molto di più. Sarei contento se anche voi, adesso, riusciste a riguardarla con occhi un pochino diversi.

Redatto da

Alias Exibit. Appassionato cronico di arti visive come il web & graphic design e la fotografia, realizza siti web, supporti di comunicazione stampati e servizi fotografici in maniera continuativa da un decennio. Per conoscerlo meglio, cliccare qui.

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