Inizio.

Fotografie. Anzi immagini.

Parlando con altri appassionati di fotografia o frequentando qualche forum tematico, mi è capitato più di una volta di imbattermi in puristi che considerano quasi scandalosa la post-produzione fotografica, intesa come elaborazione dello scatto al fine di restituire al pubblico qualcosa di alterato rispetto al file generato dalla fotocamera.
Premesso che si tratta di un tema complesso che non posso e non voglio tentare di sviscerare completamente con un semplice articolo, desidero esprimere la mia personale posizione in merito, toccandone soltanto qualche aspetto fondamentale.
La prima osservazione che mi viene da fare riguarda la natura culturale che attribuisco alla questione. È evidente a tutti come, negli ultimi decenni, la tecnologia abbia fatto passi da gigante in ogni ambito, incluso quello degli strumenti fotografici. Trovo perciò inopportuno affrontare questo discorso, come qualunque altro, senza tener conto di come l’ineluttabile progresso tecnologico ne comporti anche uno culturale, aprendo costantemente nuove prospettive ed esigenze. Metaforicamente, parlare oggi di fotografia escludendo gli strumenti che consentono una maggior interazione con gli scatti sarebbe come… che so, parlare di moda femminile rifiutando il fatto che da molti anni anche le donne portano i pantaloni. Insomma: non è affatto un caso che i puristi di cui sopra siano, normalmente, persone mature la cui passione per la fotografia è sbocciata tra rullini e camere oscure.
Un secondo aspetto – tra il culturale e il tecnico – che prenderei in considerazione riguarda la definizione degli strumenti che la modernità ha messo a nostra disposizione, come, per fare un esempio mirato, i software di elaborazione delle immagini digitali (Photoshop in primis): mi pare inconfutabile che questi non siano, di per sé, ne positivi né negativi, ma si porgano all’uomo in maniera del tutto neutrale lasciando che sia quest’ultimo a decidere se, come e quanto utilizzarli in funzione delle proprie finalità. Il tutto si può ridurre, dunque, agli intenti del fotografo, il quale può scegliere fra diversi approcci e stili fotografici, tutti meritevoli di pari dignità intellettuale, almeno secondo il mio modesto parere.

La fotografia non mostra mai la realtà, ma soltanto l’idea che ne ha colui che la pratica.

Per quanto mi riguarda, non sono interessato al tecnicismo esasperato – proprio di chi desidera fare foto inappuntabili sotto il profilo della qualità dei pixel, magari curandosi meno della carica emotiva delle stesse – come non mi sento attratto dalla manipolazione ‘spinta’, finalizzata a produrre fotomontaggi o immagini surreali, seppur suggestive e, talvolta, portatrici di messaggi apprezzabili. Per il momento, mi accontento di immortalare la realtà, agendo in fase di post-produzione non per alterarla sostanzialmente, bensì, al contrario, per restituirle nella sua interezza quella magia che la macchina fotografica non è stata in grado di registrare completamente.
Come non perdo occasione di sottolineare, la mia passione per la fotografia – e le arti visive in genere – nasce dall’amore per la bellezza, quella bellezza che mi impegno a cogliere nei miei scatti così da poterla rivivere virtualmente in seguito e, nel limite del possibile, condividere con altre persone. Prima di scattare, la mia sola preoccupazione è proprio questa: riuscirò a immortalare ciò che sto guardando esattamente come lo percepisco? So che le probabilità di successo sono scarse, ma questo mi induce solo a studiare un po’ la scena e a fare tanti clic anziché a demordere. Dal momento, però, che anche la miglior macchina fotografica del mondo è, per ragioni tecniche accertate, incapace di emulare l’impianto occhio-cervello umano, ovvero le sue impareggiabili capacità di catturare ed elaborare in tempo reale luci, sfumature, colori e contrasti, trovo utilissimo il poter affiancare al mezzo meccanico uno strumento in grado di compensare i limiti di quest’ultimo.
Nel rispetto della sensibilità dei puristi che potrebbero non apprezzare tale filosofia, preferisco chiamare i miei scatti «immagini» anziché «fotografie». Del resto, m’interessa molto di più ciò che riescono a trasmettere a chi le guarda di come sono giunto a produrle.

Redatto da

Alias Exibit. Appassionato cronico di arti visive come il web & graphic design e la fotografia, realizza siti web, supporti di comunicazione stampati e servizi fotografici in maniera continuativa da un decennio. Per conoscerlo meglio, cliccare qui.

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